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Tuesday, November 10, 2009

SAPERI MUTI. "Vita o pensiero" - Parte seconda




Vite molte e distinte in qualità e quantità per un unico destino: il sacro archivio di Iva

Per Iva il sacro archivio doveva essere quotidianamente aggiornato, come per mettere gli atti delle sue azioni a disposizione di una specie di tribunale storico-sociale. Per questo era così importante quella sensazione di equilibrio tra una vita etica e narrata in terza persona ed una pratica, narrata in prima persona. Quella che chiamava la “mia equazione” o “l’equazione della mia esistenza”.

Mi sorprendeva, nelle nostre conversazioni, che l’importanza che dava alla sua equazione e tutte le considerazioni che faceva al riguardo lasciassero sempre da parte quelle degli altri.
Mi dava l’impressione di percepire questa problematica come prettamente sua e non delle persone che le erano accanto anche; e, tanto meno, degli individui distanti dal suo mondo.

Mi chiedevo cos’ero io per lei, in che modo si riferiva a me nei pensieri e nel sentire che intessevano le nostre interazioni quotidiane.
Per lei io non avevo questo problema, a me tutto era concesso, io potevo non risolvere la mia equazione, potevo non chiudere il mio cerchio.
Perché?
Non che avessi privilegi.
Io ero un’equazione risolta per lei, avevo meno incognite, mi esperiva in frammenti, ma ancora non mi convinceva. Cosa avrei potuto dedurre, a tal punto?

Il giorno in cui Iva mi disse di aver deciso di smettere di vivere pensando al suo destino, non ebbi l’istinto di chiederle perché lo avesse fatto. Non che la cosa non mi interessasse, mi interessava a tal punto da farmi intensificare le nostre interazioni quotidiane. Volevo arrivarci attraverso il suo procedimento e cercavo, ormai, in ogni sua frase, le coordinate di questo cammino.

Iva per me era certamente una persona. La sua equazione stava a cuore anche a me. Avevo investito affettivamente parecchi frammenti della mia esistenza su Iva.

“Aspetto un figlio da un uomo che non amo” mi disse un giorno mentre si rollava una sigaretta alla stazione. “Il treno è in ritardo di 5 minuti, comunque lo ammazzo”.
Non ne parlammo più. Ma piangemmo insieme quella morte in un mare di risate stupide e alcolizzate qualche settimana dopo.

Maddalena Arzillo

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